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Che cos’è un cappellino da golf?

Cappellino Dogleg indossato sul percorso, sacca in spalla

Tira il Suo drive, la palla parte bene, la segue con gli occhi e a metà traiettoria entra nel bianco del cielo e non ne esce più. Nessuno nel flight ha visto dove ricadeva. Riparte a cercarla nel rough, e il Suo score prende un colpo che non ha nulla a che vedere con lo swing.

Ecco perché giochiamo sempre con un cappellino. La definizione precisa, comunque, è questa: un copricapo con visiera che si tiene dalla prima partenza all’ultimo green. Il resto è più interessante.

Che cosa fa la visiera per il Suo gioco

Un percorso dura ore e l’ombra è rara. Nessun edificio, nessuna copertura, qualche albero ai bordi che frequenta solo nei giorni in cui la palla parte storta.

Il sole La disturba in due momenti, e non sono quelli a cui si pensa.

In aria è la palla. Bianca su cielo chiaro, sparisce in fretta, e una palla di cui nessuno ha seguito la fine della traiettoria significa tempo perso e spesso un colpo in più.

Sul green è la pendenza. Quando la luce arriva nell’asse dello sguardo, i rilievi si appiattiscono, tutto sembra piano, e legge un putt dritto che dritto non è. Conosce il riflesso: la mano sopra gli occhi per farsi ombra. È il lavoro della visiera, solo che lei lo fa mentre le Sue due mani tengono il putter.

Giocatore con cappellino Dogleg accovacciato a leggere la pendenza di un green

Se di questo articolo deve ricordare una cosa sola, è questa: il cappellino non è l’accessorio che fa il golfista, è uno strumento di lettura.

Poi la pelle. Il viso, le orecchie, la nuca, il cuoio capelluto, per ore di fila, stagione dopo stagione. Un cappellino non sostituisce la crema, non è mai stata quella la questione. Copre il punto in cui la crema non tiene: il cuoio capelluto, soprattutto quando i capelli si fanno discreti. Non staremo a farvi la lezione su questo.

Le forme, e quella che resta nella nostra sacca

Tutte hanno una visiera. Poi tutto si gioca su tre cose: la curvatura, la ventilazione, il modo di stringere.

La visiera curva. La forma classica, e quella che portiamo di più. La curvatura segue il campo visivo e recupera la luce che arriva di lato, quella di fine giornata quando il sole scende e La prende di sbieco. Tiene, non si fa notare, fa il suo lavoro.

La visiera piatta. Più superficie, quindi un’ombra più netta davanti, ma niente sui lati. È una questione di silhouette, non di gioco. Francamente, su questo punto, faccia come vuole.

La trucker. Fronte rigida, pannelli posteriori in rete. In una giornata afosa la differenza è ridicola da descrivere e ovvia da portare: toglie il cappellino a metà percorso, la fascia è umida invece che fradicia, lo rimette e non ci pensa più. È quello che prendiamo appena fa caldo, senza rifletterci.

La snapback. Il nome viene dalla regolazione: una banda dentellata sul retro, che si aggancia. Regola al dente preciso, non si muove più, e passa da una testa all’altra senza discussioni.

I modelli detti performance? Tessuto leggero che asciuga in fretta e tiene quando si alza il vento. Tutto qui.

In club house lo toglie

Fuori si porta, dentro si toglie. All’ingresso, al bar, e soprattutto a tavola, dove finisce appoggiato sulla panca o appeso allo schienale della sedia.

Questo gesto non viene dal golf. Viene dalle buone maniere a tavola, dove il cappello si toglie entrando in casa d’altri o sedendosi a mangiare. Il golf l’ha conservato, fra gli altri.

Nessuno verrà a farvelo notare. Ma si vede quando manca, e c’è un momento in cui conta davvero: la stretta di mano all’ultima buca. Cappellino tolto, ci si guarda, ci si dice grazie per la partita. Non è una regola, è meglio di una regola.

I cappellini Dogleg

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